Raffaello Fusaro, Un ponte del nostro tempo (A bridge of our times)

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Raffaello Fusaro ha realizzato un docufilm dedicato ad una delle più grandi tragedie del nostro Paese e alla ricostruzione del ponte San Giorgio di Genova

by Francesca Portoghese – photo by Francesca Zaccaria

GLI OCCHI DIETRO ALLA MACCHINA DA PRESA OSSERVANO, VEDONO E TROVANO, sentono e ascoltano, immaginano e anticipano, la pellicola si imprime di vita e il racconto, qualunque esso sia, gestisce le emozioni e le introduce in un mondo parallelo che spalanca un accesso comune, senza divieti né restrizioni.

Succede con Raffaello Fusaro, giovane autore e regista pugliese che, necessitate cogente, mette al servizio del suo pubblico un sentire che corrisponde a ciò che vuole o può descrivere, vedendosi autorizzato ed incitato a dire del mondo, a portarlo sotto una lente di ingrandimento che non tralascia nessun particolare e focalizza l’attenzione anche su piccoli dettagli. 

Lo intervisto in una giornata di sole che forse stride con ciò di cui parliamo: UN PONTE DEL NOSTRO TEMPO, pellicola su una delle più grandi tragedie del nostro Paese. Tuttavia, il racconto che Fusaro fa della scelta di narrare ciò che accadde a Genova quel 14 agosto 2018 non lascia smarriti in una sensazione dal sapore del fiele, seppur imprescindibile involucro di una realtà infausta e monito in un’anacronistica vicenda a cui non è concessa giustificazione alcuna, che non concede spazio ad interrogativi che abbiano qualcosa di pur lontanamente plausibile. Orgoglio e cordoglio, le parole accostate da Renzo Piano, l’architetto di fama mondiale che ha voluto prestare il suo ingegno ad una delle ricostruzioni più significative di tutti i tempi nella storia dell’Italia moderna, riescono a fondersi insieme nel film e si rendono interpreti della visione di un regista e autore, animando la sceneggiatura e tutta l’opera che ha coinvolto nomi come Fincantieri e Salini Impregilo e più di mille lavoratori che si sono sentiti genovesi ancor prima che italiani. Un po’ come tutti noi, inermi spettatori dell’inaccettabile crollo non solo di un ponte, che non ha il diritto di cadere, come Renzo Piano dice, ma anche della vacillante certezza di una protezione che dovremmo sempre essere sicuri di avere. 

FUSARO Fincantieri UnPonte Poster  Loc
manifesto

Sinossi

Sotto il sole e la pioggia, di notte e durante la pandemia, il cantiere del Ponte di Genova non si ferma per edificare un’opera che resterà nella storia. Tra cordoglio ed orgoglio, in 12 mesi, le mani e le menti di oltre 1.000 uomini lavorano, da nord a sud. Il racconto cinematografico di un sorprendente cantiere umano, i sentimenti e l’arco della costruzione di un’idea più che di un’opera. Il Ponte unisce, sfida la gravità che riporta in basso. Un “bianco vascello’’ prende forma dalla visionarietà di Renzo Piano all’acciaio forgiato negli stabilimenti Fincantieri. Un progetto realizzato dall’uomo. Non uno, ma tanti, che hanno contribuito a sostenere il Ponte ed il sogno di vararlo tra vento e cielo.

FUSARO PonteGenova

Fusaro parla con il sorriso gentile di uno sguardo che diventa custode consapevole di un’enorme responsabilità, quella di raccontare la verità, senza pretesa di denuncia, nel pieno rispetto di un dolore collettivo, ma anche strettamente privato e che, come tale, va protetto. Ascoltando nel film la sua voce narrante, insieme alle note del musicista Danilo Rea, ci si accorge di quanto Un Ponte del Nostro Tempo sia il rispettoso tributo alle quarantatré vittime e insieme la forte testimonianza di come le loro storie non possano finire nel polveroso baule del dimenticatoio comune e che le luci del tricolore, che la sera illuminano gli ellittici basamenti del ponte, siano il simbolo di un’Italia che ha capito di non potersi mai più spezzare.

FUSARO GOMETRIE
Il nuovo ponte ha un impatto ambientale contenuto grazie a pannelli fotovoltaici che ne riducono in maniera consistente l’impegno energivoro.

Guardiamo al futuro

In tutto il mondo ha rappresentato una sorpresa, una meraviglia, che in Italia si facesse in così poco tempo un’opera per cui normalmente si richiedono anni e anni. Nei nostri cantieri lavorano operai, maestranze da tutto il mondo, pacificamente, fanno un lavoro importante, talvolta rischioso. Ecco questo avvicina ancora il ponte alla nave, per cui per tutti gli impalcati d’acciaio (realizzati e trasportati nei e dai nostri cantieri di Valeggio sul Mincio, Castellammare di Stabia e Sestri Ponente) che venivano sollevati sul cantiere del Ponte si parlava di varo. E poi la capacità di mobilitare tante risorse, sia interne sia esterne: Renzo Piano, che è un architetto di fama mondiale, Fincantieri che è conosciuta in tutto il mondo, poi naturalmente Salini Impregilo… ma per ogni attività da svolgere abbiamo coinvolto le aziende italiane più eccellenti. Quanto abbiamo sofferto in passato quando da soli abbiamo ritenuto di dover ristrutturare l’azienda perché non c’era lavoro, però abbiamo mantenuto tutti i cantieri in piedi e tutte le competenze e oggi non solo abbiamo recuperato quelle persone, ma le abbiamo quasi duplicate! Tutto questo ha portato a un senso di appartenenza, che io piano piano avvertivo. Ho fatto anche degli interventi con tutti in azienda dicendo che volevo sentire ribollire come una pentola l’azienda, ognuno doveva dare il suo e doveva protestare se vedeva che le cose andavano male. Una specie, anche qui, di rivoluzione culturale.
Giuseppe Bono

FUSARO bono AD fincantieri
Giuseppe Bono

Autore, sceneggiatore e attore giovanissimo. Come trova il suo posto davanti e dietro la macchina da presa?
Tento di interpretare il mondo che vedo: è la cosa che mi affascina di più e ogni volta, a seconda delle fasi della mia vita, riesco a declinare il mio sentire in forme sempre diverse. Spostarmi dietro la macchina da presa è stata l’evoluzione di un ragionamento razionale, affacciatasi nella mia vita dopo prove e sperimentazioni. L’autore è qualcuno che tenta di regalare al mondo una crescita, il mandante di qualcosa che vuole arrivare nel mondo. Interpretare, capire e trasferire le mie emozioni agli altri, voglio fare questo.

La voce narrante è quasi sempre la sua. Perché questa scelta?
Lo fanno molti autori e documentaristi, in particolare stranieri, e la filmografia italiana ci regala da sempre l’ineguagliabile voce fuori campo dei film di Nanni Moretti che, col suo timbro spezzato, si caratterizza della sua tipica raucedine, molto lontana dal risultare sgradevole. Credo sia stato questo ad influenzarmi. Perché quando la voce è aderente a ciò che racconti e a ciò che senti non mente mai. Come dice il poeta argentino Ernesto Sabato, la vita è qualcosa che noi scriviamo in brutta copia. È una verità che mi piace molto.

Perché si è voluto incaricare di raccontare una delle più grandi tragedie del nostro Paese?
Vi sono due strade nel mio lavoro: la strada della denuncia e quella percorsa da coloro che provano ad annunciare qualcosa. Io ho scelto di annunciare e stavolta l’ho fatto con un film che non si basa totalmente sulla tragedia, ma che da essa parte e rivela la concreta possibilità di rialzarsi. È una storia che gli italiani meritano di conoscere. Tra le lacrime e l’energia della ripartenza, tra il disincanto e l’incanto di veder crescere qualcosa, ho voluto raccontare ciò che può definirsi un miracolo. Il miracolo di una ricostruzione rapidissima e senza incidenti, che ha sfidato una pandemia, che ha affrontato un’alluvione. Si sono messi in moto i sentimenti di coraggio, forza, riscatto. E mi viene subito da pensare a L’Aquila o ad Amatrice e spero che il Ponte Genova San Giorgio diventi l’esempio concreto per la doverosa ricostruzione anche del Centro Italia perché non esiste un Paese di serie A e uno di serie B.

FUSARO PonteGenova
Renzo Piano

Per Renzo Piano costruire un ponte è un atto di pace. Lei perché ha voluto questo documentario?
Sono rimasto colpito dalla costruzione di un ponte di quella grandezza. Nei miei occhi c’era l’entusiasmo di un bambino che vede tanti Lego giganti che si mettono insieme. Ho assistito a quasi tutte le fasi della costruzione dell’opera: i pezzi sono stati forgiati in diversi stabilimenti italiani e poi hanno attraversato per terra e per mare il nostro Paese. Mentre noi eravamo sfiancati dalla debolezza di un inaspettato lockdown, un cantiere di mille uomini lavorava per superare quell’immane tragedia.

Qual è stato il sentimento che più degli altri l’ha accompagnata durante le riprese?
Il grande privilegio. La valenza simbolica di un ponte rappresenta la possibilità di arrivare dall’altra parte della riva, che in questo caso è quella dell’immane dolore che merita tutto il nostro rispetto. Il ponte è una metafora molto complessa: oggi è sicuramente più facile alzare muri che unire i mari. Io mi sono sentito uno strumento per raccontare, con il mio stupore, ciò che ho visto.

FUSARO ponte san giorgio genova

Il ponte in numeri

1.067 metri di lunghezza
19 campate: 3 da 100 metri, 1 da 40,9 metri, 1 da 26,27 metri, 14 da 50 metri
9.000 tonnellate di acciaio per l’armatura
17.000 tonnellate di acciaio utilizzate per la carpenteria metallica
88 conci di acciaio
50 trasporti eccezionali
3 stabilimenti Fincantieri impegnati nella realizzazione degli elementi in acciaio: Castellammare di Stabia, Sestri Ponente e Valeggio sul Mincio.

Il suo racconto si accompagna di uno struggente romanticismo. Come è stato possibile?
La componente musicale è stata fondamentale e Danilo Rea, a cui sono enormemente grato, ha accettato la sfida con grande coraggio. Nella Radura della Memoria, il posto progettato da Stefano Boeri Architetti, Inside Outside di Petra Blaisse e Luca Vitone, con la partecipazione di Studio Laura Gatti, dedicato alle vittime del crollo, Rea ha suonato il pianoforte registrando sempre dal vivo e, infatti, ogni tanto si inserivano i rumori del cantiere e degli operai che vi lavoravano. Tramite le suggestioni che riuscivamo a raccontarci, ha ripercorso in musica tutte le fasi di questa storia: dalla tragedia al dolore, dai giorni di pioggia incessante alla fatica degli operai, dalla solitudine alla tristezza di una Genova deserta e al cantiere che non si fermava. Lui è sicuramente stato la chiave per interpretare ciò che si muoveva dentro tutti noi.

Frecce Tricolore

Per Renzo Piano quello di Genova è stato il cantiere più bello della sua vita. Che set è stato per lei?
Su questo set ho avuto la conferma che l’ingegno italiano, con una coralità tutta sua, è unico al mondo. Hanno lavorato tutti alla ricostruzione del ponte, partendo dalla grande industria navale italiana, in grado di forgiare pezzi che prendevano spunto dalle navi ma dovevano diventare un ponte. Renzo Piano, grande architetto di stampo rinascimentale con la testa nel futuro, ha realizzato il progetto con enorme rispetto per la sua Città: è un’opera che resterà per sempre. Ho visto nei cantieri navali di Castellammare di Stabia, in quelli di Sestri e di Valeggio sul Mincio lavoratori che arrivavano da ogni parte del Paese e che lavoravano per una tragedia lontana da casa loro. Questo spirito collettivo mi ha molto commosso.

Il suo incontro con Renzo Piano.
Torna il sentimento del privilegio. Quello con Renzo Piano è stato l’incontro con un grande spirito, dalla generosità per niente scontata. Cerco ogni giorno, sudandomela molto, la fortuna dei grandi incontri. Ho trovato in lui la naturalissima capacità di raccontare e farsi capire, soprattutto dai giovani. Nel film intervisto anche Giuseppe Bono, Amministratore Delegato di Fincantieri, e Marcello Sorrentino, Amministratore Delegato di Fincantieri Infrastructure, e tantissimi lavoratori. Tutte queste persone hanno consentito la realizzazione di un “bianco vascello che attraversa la valle”.

GEOMETRIE
Il piano stradale del ponte è a 45 metri d’altezza. Il ponte è sorretto da 18 pile con un passo costante di 50 metri, a eccezione delle tre campate centrali che, attraversando il torrente Polcevera e le aree ferroviarie, hanno un passo di 100 metri.

Per lei la bellezza è la costante che si riesce a trovare in forme completamente diverse. Come la cerca e come la trova?
La cerco nell’entusiasmo verso quello che faccio. Il mio è un lavoro creativo ma è anche un’impresa titanica, soprattutto quando mi scontro con una sciatteria che, seppur inconsapevolmente, molti riservano alla cultura. Ma non bisogna farsi abbattere dal rischio di precipitare in una situazione desertica. È importante distaccarsi dalla logorrea dei social media che oggi abbatte i contenuti in una rapidità estemporanea che si allontana, in un Paese come il nostro, da un pensiero che ha saputo e sa volare alto. La convinzione dilagante di potersi esprimere a dismisura su tutto deve costringere l’entusiasmo a diventare l’elmetto e lo scudo con cui proteggersi per avvicinarsi alla bellezza, prendendo le distanze da un mondo cha ha perso il gusto e riconquistando la capacità di assaporare l’esistenza, in un discernimento che consente di capire che non tutto è lecito. 

(Raffaello Fusaro, Un ponte del nostro tempo (A bridge of our times) – Barchemagazine.com – Settembre 2021)

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